Gioco d’azzardo patologico in Italia

“Non esiste, fino ad oggi, un’indagine epidemiologica a livello nazionale che possa quantificare la diffusione del gioco d’azzardo patologico in Italia. Posso però confermare che il numero di persone con problemi legati al gioco che si rivolgono a strutture d’aiuto, è molto limitato”.
Daniela Capitanucci, presidente dell’associazione And (Azzardo e Nuove Dipendenze) e vicepresidente di Alea (Associazione per lo studio del gioco d’azzardo e dei comportamenti a rischio), attribuisce questo scarso avvicinamento alle strutture di supporto principalmente a due fattori: “Innanzitutto c’è una difficoltà a riconoscere, sia da parte del giocatore problematico, che da parte della sua famiglia, l’esistenza di una dipendenza patologica, dal momento che, a differenza di altre dipendenze, come l’alcol e la droga, non esiste una ‘sostanza’ cui attribuire la causa del disturbo”. Ma non è solo questo. “La scarsa diffusione sul territorio di strutture d’aiuto non facilita di certo l’avvicinamento dei giocatori patologici al riconoscimento e alla cura della loro dipendenza”, continua la Capitanucci. “Tanto per rendersi conto, un’interessante inchiesta che ha coinvolto tempo fa la medicina generale, ha evidenziato che una buona percentuale di medici di famiglia non avrebbe saputo come orientare un suo paziente con problemi legati al gioco”.

Ma qualcosa, da qualche tempo a questa parte, sembra stia cambiando: “C’è un’apertura da parte della politica, che ha iniziato a rendersi conto dell’esistenza e della gravità del problema”, sottolinea la Capitanucci. “Il problema esiste e va curato. Non solo per la salute dei giocatori, ma anche per gli operatori che lavorano nel settore del gioco. Il cui interesse è di offrire un’immagine quanto più sana e corretta di tutto il comparto”.

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